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Scorra la giustizia come un torrente perenne – Una riflessione a partire da Amos 5, 21-24

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Testo: Amos 5, 21-24

21 «Io odio, disprezzo le vostre feste,
non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni.
22 Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco;
e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza.
23 Allontana da me il rumore dei tuoi canti!
Non voglio più sentire il suono delle tue cetre!
24 Scorra piuttosto il diritto come acqua
e la giustizia come un torrente perenne!

L’intero oracolo  di Dio cui il profeta Amos prestò la voce fu pronunciato probabilmente all’ingresso del tempio di Betel in Israele in occasione di una grande festa di pellegrinaggio. Era il santuario frequentato dal re d’Israele e gestito da  una ben nutrita classe sacerdotale. Il popolo vi accorreva numeroso come in tutte le più importanti ricorrenze religiose.
 I verbi di questo oracolo che Dio pronuncia sono “Io odio… io non prendo piacere… io non gradisco… io non tengo conto… allontana… non voglio più sentire”. Amos, con il suo accento di immigrato dal sud, dice per conto di Dio la sua decisione di non partecipare ad alcun momento che avrebbe scandito l’attività di culto.
Dio, a detta di Amos,  non avrebbe ricevuto le offerte e gli olocausti, non avrebbe tenuto conto in alcun modo dei sacrifici di riconciliazione, non avrebbe partecipato ai banchetti sacri, non avrebbe gradito la musica, il canto e la lode d’Israele. Insomma lì dentro, sembra dire Amos, Dio proprio non c’è. Dio era fuori, fuori dalle tante attività, fuori dal brulichio, dal rumore, dai saluti, dalle preghiere. E mentre i commensali avrebbero mangiato festosi le carni degli animali sacrificati Dio non sarebbe stato a tavola con loro. Dio, secondo Amos, si era allontanato nauseato da tutto il popolo, i sacerdoti in testa.
Beh se ci pensiamo, come la prenderemmo noi se fuori delle porte della nostra comunità il giorno di Natale o di Pasqua o di Pentecoste una persona vi stazionasse gridando o distribuendo volantini dicendo le cose che disse Amos alla sua comunità? Se qualcuno disturbasse con un messaggio impetuoso, dissuadendo i  membri di chiesa, le famiglie vestite bene, a entrare in chiesa perché tanto Dio non aveva intenzione di stare insieme a noi, avrebbe dissertato la nostra festa, compresa la santa cena?
No, non la prenderemmo bene. Chi è questo disturbatore? Chiederemmo. Perché ci urla contro? Dov’è il pastore/la pastora? Ma non si può fare niente? Siamo in balia di un pazzo!  Non si potrebbe chiamare la polizia e mandare via questo molestatore?
Non è l’unico caso nella Bibbia di predicazione inquietante di questo tipo. Geremia un paio di secoli dopo avrebbe fatto la stessa cosa, questa volta non a Betel nel Regno del Nord ma a Gerusalemme all’entrata del tempio. E l’ultimo versetto del testo di Geremia ci ricorda di un altro che circa 600 anni dopo Geremia avrebbe ripetuto le stesse parole: “Non è scritto "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti"? Ma voi ne avete fatto un covo di ladri”.
Gesù, ci racconta Marco, fece anche di più. Entrato nel tempio scacciò quelli che compravano e vendevano, rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e “non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio” (11, 15-17), paralizzando di fatto con la forza per un tempo indefinito le attività dell’unico santuario ancora esistente in Israele. Come Amos, dunque, più di Amos!

E se Dio non c’è più, se le parole rassicuranti della sacra liturgia sono false, se i sacrifici non sono graditi, se il tempio, quello di Betel o quello di Gerusalemme, si trasformano in altro, allora la religione è una gran mascherata rassicurante e non solo non è utile ma è dannosa, come sono dannose tutte le cose che hanno apparenza di verità, ma in realtà sono sostegno dei potenti e sviano i semplici.
La critica profetica contro una religione falsa e rassicurante è qui e – come abbiamo visto – anche altrove radicale. Amos, Geremia, Gesù dicono che il rapporto con Dio non ha a che fare con la religione ma con la vita.

Nel caso di Amos egli non tardò ad essere attaccato, accusato e invitato ad andarsene. Fu Amasia sacerdote a Betel a prendere la parola presso il re contro di lui accusandolo di congiura e definendo le sue parole come insopportabili.  “Veggente vattene – gli disse – fuggi nel paese di Giuda e là profetizza”.
Ma Amos rifiutò il titolo di veggente, equivalente a quello di profeta e rispose  che lui non era profeta, né figlio di profeti ma un  allevatore e coltivatore e doveva la sua attività attuale ad una chiamata di Dio che gli aveva detto: “Va’, profetizza al mio popolo, Israele”.
Amos fu la voce di Dio per quel popolo in quel tempo che fu un raro tempo di prosperità in Israele. Per questo la voce di Amos stonava, era un rumore fastidioso. La grande collera di Dio cui Amos diede espressione aveva a che fare non con il culto ma con l’ingiustizia dilagante. Quel fervore religioso del sabato era contraddetto negli altri sei giorni della settimana.  Questa disubbidienza radicale egli la definì così: “Voi alterate il diritto in veleno e gettate a terra la giustizia” (5, 7).
Andando agli esempi pratici che Amos offre nel suo parlare severo e accorato, il tempo magicamente si accorcia e noi veniamo catapultati di colpo in quello stesso paesaggio.
La prima denuncia di tutto il libro di Amos è: “Vendono il giusto per denaro e il povero a causa di un paio di sandali” (2, 6b).

A commento della relazione dell’organizzazione non governativa OXFAM relativa al 2017 nella quale si denuncia il crescente divario nel mondo fra ricchissimi e poverissimi e si afferma che ogni giorno in media nascono due miliardari in più mentre il 56% della popolazione vive con un reddito compreso tra i 2 e i 10 dollari al giorno,  mi ha colpito una piccola intervista fatta a una lavoratrice vietnamita. La povertà ha volti e nomi.

Il nome di questa giovane donna è Lan, ha 32 anni e nel suo paese lavora per una multinazionale della moda che fabbrica scarpe e le vende in Europa. Lei lavora 9 ore al giorno per 6 giorni alla settimana ma non può comprare un paio di scarpe ai suoi figli. Guadagna 1 dollaro all’ora ed è fortunata. Perché ci sono milioni di altri lavoratori in situazioni molto più gravi come  i braccianti del caffè che vivono nelle piantagioni dell’America Centrale in grandi stanzoni in 40-60 persone tutti insieme nella stagione della raccolta, sono pagati pochissimo, sono senza diritti e molti sono bambini perché costano meno agli invisibili proprietari.

Essi desiderano veder la polvere della terra sulla testa degli indifesi, violano il diritto degli umili” dice Amos e aggiunge anche “e padre e figlio vanno con la stessa ragazza” (2, 7) e qui si allude probabilmente alla violenza sessuale delle giovani domestiche ad opera degli uomini di casa, fenomeno frequentissimo oggi in ogni angolo del pianeta, soprattutto nei  paesi dove donne spesso giovanissime vivono full time nelle case dei ricchi in condizione di segregazione e senza alcun diritto. E sono decine di milioni oggi le vittime di tratta.
E ancora: “Si stendono presso ogni altare su vestiti presi in pegno”(2, 8)  contraddicendo la  legge di Dio che così recitava (Esodo 22, 26-27): “Se prendi in pegno il vestito del tuo prossimo, glielo restituirai prima che tramonti il sole; perché esso è l'unica sua coperta, è la veste con cui si avvolge il corpo. Con che dormirebbe? E se egli grida a me, io lo udrò”.
Spunta qui il problema del debito. Il pegno per un piccolo prestito di sopravvivenza viene intascato dal creditore in barba alla legge, il debito aggrava la povertà e la trasforma in schiavitù, il povero viene venduto con la sua famiglia per pochi soldi.
Potremmo fare ancora tanti esempi, vecchi e nuovi, ne cito soltanto un ultimo per la sua sconcertante attualità, la tangente. Dice Dio per bocca di Amos: “Voi opprimete il giusto, accettate regali e danneggiate i poveri in tribunale” (5, 12).
Per tutta questa situazione Amos prevede un castigo che egli descrive con immagini molto forti. “Che vi aspettate dal giorno del Signore? – chiede - Sarà un giorno di tenebre e non di luce” (5, 18).

C’è però un piccolo spiraglio, una possibile via d’uscita e sta tutto nella possibilità che il veleno dell’ingiustizia che i ricchi e potenti hanno diffuso intorno a loro, sia spazzato via dall’acqua del diritto, dal torrente impetuoso della giustizia.

La nostra concezione di giustizia è tradizionalmente rappresentata da una donna bendata che regge davanti a sé una bilancia a due piatti e porta nell’altra mano una spada. E’ un concetto di giustizia statico e indica il raggiungimento dell’equità e dell’uguaglianza. La giustizia è bendata perché non fa favoritismi ed è armata per far valere il diritto su chi la viola. Una più moderna interpretazione contenuta nella Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master dice che la benda in realtà nasconde il marciume della giustizia, la corruzione, le angherie verso i poveri. Una diagnosi simile a quella di Amos.
L’immagine che Amos qui rappresenta è molto diversa, è una visione dinamica. La giustizia è come acqua che scorre, come un torrente impetuoso. E’ un movimento grande e inarrestabile che cambia il paesaggio, dove l’acqua porta via con sé lo sporco, la corruzione, la presunzione, l’arroganza, la prepotenza, il cinismo. E dopo averla lavata, la terra, resa arida dall’ingiustizia può tornare a vivere.
Tu eri schiavo, io ti ho liberato dalla schiavitù, quella spirituale e quella sociale. Ricorda ciò che eri e chi sono io. Io ascolto il grido dell’oppresso, l’ho ascoltato quando tu eri oppresso, lo ascolto oggi anche quando l’oppressore sei tu.
La giustizia è la risposta che Dio si aspetta. Un tipo di rivoluzione nonviolenta come quella dei primi cristiani che con la parola di grazia e di perdono e con uno stile di vita appassionato alla vita degli altri cambiava davvero le relazioni e le situazioni.
Amos aveva anche detto:  “Il saggio tace perché i tempi sono malvagi” (5, 13).
Noi viviamo un tempo difficile.  Non ci sono molti profeti in questo tempo. La giustizia oggi non scorre come un torrente perenne che spazza via il sudiciume,  irriga i campi e fa fiorire il deserto. E anche i cristiani sono spesso timidi e disorientati.
Su questo stesso versetto rifletteva anche Martin Luther King esattamente 60 anni fa’ considerando che molti pastori e preti bianchi non prendevano pubblica posizione sul razzismo per paura di perdere il sostegno della chiesa. Ma poi considerava che ce ne erano altri che avevano il coraggio di dire la verità rischiando di persona non solo la propria sede pastorale, ma anche la galera e perfino la vita.  “Non ogni pastore può essere un profeta ma alcuni devono prepararsi al travaglio di questa vocazione e essere disposti a soffrire coraggiosamente per la giustizia. Possa il problema della razza in America far ardere i cuori così che i profeti prendano la parola e gridino come fece Amos: “Così dice il Signore: Scorra il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne!”.
King che incarnò queste parole fu ucciso e fu così discepolo di Gesù i cui gesti profetici riguardanti il tempio e la sua denuncia di una pietà di facciata lo portarono sul Golgota.
Sessanta anni dopo quelle parole di King e 2000 dopo la morte di Gesù il mondo non è migliorato. Razzismo, xenofobia, antisemitismo, terrorismi e ogni sorta di ideologia violenta hanno infettato quasi ogni paese della terra, compreso il nostro e quel che è peggio si è a volte insinuata anche nelle chiese. Lo strapotere delle multinazionali, comprese quelle delle armi dilaga e riduce in miseria masse di lavoratori senza diritti, la ricchezza è concentrata in pochissime mani, le guerre continuano ad insanguinare la terra, la confusione politica del tutti contro tutti regna sovrana. La tentazione che viviamo noi cristiani oggi è quella di rinchiuderci nei nostri luoghi di culto, nutrirci del calore delle nostre comunità, godere del canto, della comunione delle nostre ricche agapi ma poi fuori di qui vivere da rassegnati. Che cos’altro possiamo fare?
E’ bello e giusto, fratelli e sorelle, l’abbraccio comunitario domenicale ci conforta e ci dà speranza. Guai a perderlo! Ma non basta. La chiamata di Amos e la vita di Gesù ci insegna che il nostro Dio non vuole essere adulato ma obbedito e noi siamo il suo popolo e da noi si aspetta che prendiamo la parola dinanzi alle ingiustizie e ai soprusi, all’intolleranza, alle falsità e viviamo di conseguenza. Se non noi, chi?
Come farlo, quando farlo, con chi farlo dobbiamo scoprirlo individualmente e anche insieme. Rischiando di persona se serve.
I tempi sono malvagi e il saggio tace ma Dio ha qui un popolo che crede in Lui e gli obbedisce.
Che sia davvero così finché avremo vita! Amen